Samira si era svegliata da poco e girava per casa in camicia da notte. L’appartamento era ancora semibuio; dietro le tende del soggiorno si intravedeva il sole lontano all’orizzonte, e il cielo sereno preannunciava l’arrivo di una bellissima giornata.

Si diresse lentamente in cucina e iniziò a prepararsi il caffè al pentolino secondo la tradizione afgana: mettere caffè macinato finemente in un piccolo pentolino o tazza di terracotta, aggiungere acqua fredda, riscaldare lentamente fino quasi all’ebollizione e poi versarlo nelle tazze. Non prendeva altro la mattina, solo caffè. Per questa ragione arrivava sempre all’ora di pranzo con una fame da lupi.

Suo marito la rimproverava: «Non fa bene non fare colazione», le diceva, ma lei davvero non riusciva a mandare giù nulla al mattino. Le mancava. Da quando la malattia se l’era portato via, non sapeva più come gestire le sue giornate né cosa fare. Aveva persino iniziato a parlare da sola, ma temeva che questa abitudine venisse scambiata per qualche forma di demenza senile. Eppure non si sentiva per niente vecchia: quando si guardava allo specchio vedeva sì le sue rughe, ma riconosceva inequivocabilmente anche i suoi occhi furbi e biricchini che avevano fatto perdere la testa ad Ahmad.

Proprio mentre stava versando l’ultimo cucchiaino di caffè nella tazza, suonò il citofono. Samira trasalì, come se un ricordo la spingesse lontano. «Chi sarà a quest’ora?» mormorò, asciugandosi le mani con un asciugamano.

Aprì la porta ed eccola: Naima, la sua amica di vecchia data, con un grande sorriso e una borsa di stoffa colorata sulle spalle.

Naima era l’opposto di Samira: vivace, piena di gesti e parole, con occhi scuri che ridevano prima ancora che la bocca si aprisse. Portava sempre un po’ di sole con sé, anche nelle giornate più grigie.

«Salam, Samira!» esclamò, posando la borsa sul tavolo.

«Buongiorno… Naima» rispose Samira, sorridendo timidamente, sorpresa e felice allo stesso tempo.

«Ho pensato di venire a trovarti. Ti ho portato qualcosa». Aprì la borsa e ne tirò fuori due grandi fette di dolce ai datteri e cardamomo, il preferito di Samira.

Samira sentì il cuore farsi più leggero. «Non dovevi… ma grazie».

Naima le mise una mano sulla spalla. «Lo so. Ma ieri ti ho vista da lontano, avevi lo sguardo un po’ perso. Così ho pensato: oggi porto il dolce e restiamo un po’ insieme».

Samira appoggiò la tazza di caffè sul piattino e si sedette. Per un attimo, il silenzio tra loro fu pieno di cose non dette: ricordi, dolori, risate, momenti condivisi di un passato che adesso sembrava molto lontano.

Naima non disse nulla di patetico o inutilmente consolatorio. Mise le fette di dolce su un piatto e iniziò a raccontare del suo giardino, delle rose che quest’anno avevano fiorito copiose e di come il vicino fosse riuscito, una volta, a far crescere una pianta di basilico più alta di tutti i petali delle sue rose.

Samira scoppiò a ridere, con quella risata profonda che non ricordava di aver fatto da tempo. Si sentì meno sola, come se l’aria in casa fosse diventata più piena non di cibo, ma di presenza umana.

Naima versò due tazze di caffè, profumato e forte, e si sedette accanto a Samira senza fretta. Quelle mattine, pensò Samira, forse potevano diventare un po’ meno vuote.

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