Fin da piccolo mi è sempre piaciuto disegnare, mi veniva bene, era una cosa che mi faceva sentire sicuro, forte.

In seconda media avevo un certo Ronzoni come insegnante di educazione artistica, come si chiamava all’epoca. Ci faceva fare qualche scarabocchio con la penna e basta, mentre preferivo usare gli acquerelli coi quali mi divertivo un sacco. 

Vicino a casa mia c’era un ragazzo che si chiamava come me e una volta gli feci vedere un mio disegno. Glielo mostrai attraverso la rete che divideva i nostri giardini, voltando il foglio all’ultimo momento per ottenere un effetto più spettacolare e vedere la sua faccia meravigliata. Ne rimase impressionato.

Durante l’anno arrivò una supplente, la professoressa Bergamini, che sostituì per qualche mese Ronzoni. Per me fu una svolta. 

Aveva grandi occhi marroni e un sorriso che comunicava empatia, me ne innamorai immediatamente e non solo per l’aspetto. Si rapportava con la classe in modo delicato e rispettoso, molto diverso dal nostro docente più brusco e diretto.

La nuova insegnante ci raccontava la storia dell’arte con una voce capace di incantare: ogni lezione diventava un viaggio attraverso i secoli e mi lasciavo trasportare dai suoi racconti sognando a occhi aperti. L’entusiasmo che trasmetteva era contagioso, rendeva ogni argomento vivo e vibrante. Forse è proprio grazie a lei se ho continuato quel percorso, anche se poi l’ho proseguito da autodidatta.

Anche le esercitazioni pratiche erano momenti speciali: armati di pennelli, mettevamo subito in pratica quanto avevamo appreso e ci piaceva tantissimo. Era un modo immediato per entrare in contatto con l’arte, ogni attività era un’occasione per crescere e sperimentare.

Ricordo in particolare un esercizio che mi aveva appassionato.

Avevo disegnato una città ispirandomi al celebre quadro rinascimentale di fine ‘400 “La Città Ideale”. Avevo rifinito con cura ogni particolare dei portici, seguendo i rudimenti della prospettiva a due punti che lei ci aveva insegnato. Non appena terminai, volli presentarglielo in modo speciale ripetendo il gesto che avevo fatto con il mio vicino e girai il foglio all’ultimo secondo per sorprenderla.

La sua reazione fu di sincero stupore e rimase per qualche istante senza parole. Nell’educazione artistica mi sentivo pienamente a mio agio, ottenevo sempre ottimi risultati che mi rendevano orgoglioso. Alla fine dell’anno ricevetti il massimo dei voti, anche se non era ciò che mi interessava davvero.

Quello che mi colpì di più fu il modo in cui la professoressa seppe riconoscere il mio entusiasmo. 

Un giorno, mentre girava tra i banchi, si fermò dietro di me più a lungo del solito.

«Continua così. Hai uno sguardo che va allenato» mi disse. All’epoca non compresi a pieno il significato di quelle parole.

Poi, come succede spesso, tutto finì, la supplenza terminò e il professor Ronzoni tornò a occupare la cattedra con la sua presenza un po’ grigia. Le lezioni ripresero il ritmo ordinario, più meccanico e meno interessante. 

Qualcosa però era cambiato: continuavo a disegnare, anzi, lo facevo ancora di più. A casa riempii quaderni e fogli sciolti di “città ideali” con porticati infiniti e scale che non portavano da nessuna parte. Cercavo la profondità non solo nello spazio, ma anche nelle cose. Disegnare era diventato un modo per mettere ordine nel caos della vita, della quale faticavo a trovare un senso. Non pensavo a un futuro da artista, non avevo ambizioni, mi bastava la concentrazione assoluta che provavo quando dipingevo, una sorta di ricerca mistica del mio sé. 

Ripensando ora a quel periodo, mi rendo conto che non ricordo quasi nulla dei programmi, delle verifiche o dei voti. Ho ben chiara però la luce che dalla finestra entrava in quell'aula, l’odore dei colori, il rumore dei pennelli riposti nei barattoli di plastica… E soprattutto ricordo quel momento in cui qualcuno mi aveva mostrato che la sensibilità non è una debolezza, ma una possibilità.

Forse è per quello che ancora oggi quando prendo una matita o osservo un quadro, sento riaffiorare la stessa meraviglia di allora: la sensazione di dover seguire qualcosa che mi regala sempre splendide emozioni e nuove scoperte.

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