“Addio mia bella addio

L’armata se ne va

E se non partissi anch’io

Sarebbe una viltà.”

 

Così cantavano migliaia di giovani, spavaldi e sorridenti, affacciati ai finestrini dei treni che li portavano al fronte.

Era una viltà non partire, restare a casa, mentre altri andavano inseguendo ideali e utopie in nome dell’onore.

Era ancora il tempo in cui si parlava di onore, di orgoglio, un retaggio che veniva da lontano, ma limitato ai soli aristocratici, all’alta borghesia che si pavoneggiava crogiolandosi in parole più grandi di loro. Chi poteva parlare di onore se non i ricchi e la gente di malaffare?

Quest’ultimi, i cosiddetti “uomini d’onore”, erano i parassiti che, non dovendo spaccarsi la schiena per sopravvivere, pensavano bene di circondarsi di un alone di idealismo dovuto più alla noia e alla prevaricazione, che ad un effettivo pensiero.

Il contadino, l’umile, l’oppresso sfruttato nel nome della superiorità di una classe sociale, di quale onore poteva parlare? Quale onore poteva sfoggiare chi si alzava al sorgere del sole e si ritirava al tramonto?

Loro erano uomini altrettanto fieri, orgogliosi anche nella loro miseria e potevano disporre solo della dignità dell’uomo, che è cosa ben diversa dall’onore. Quanti di quelli che si nascondevano dietro le grandi parole, avevano un briciolo di dignità?

Si prostituivano con il potente di turno, accettavano tutto pur di restare nel cerchio magico degli eletti. I figli degli umili, gli ignoranti, i poveri, chi aveva solo la dignità di essere un uomo integro, onesto e leale, non si tirava certo indietro, erano loro quelli che veramente credevano negli ideali e partivano cantando.  

Insieme a loro c’erano anche gli idealisti, gli intellettuali, i sognatori, che vivevano in una specie di terra di mezzo: non erano contadini, non erano nemmeno ricchi, la loro vita si realizzava in una sfilza di pensieri messi insieme sul filo di strani ideali, semplici utopie, dove il mondo doveva essere, ai loro occhi,  un posto irreale, una terra fra le nuvole, dove si nutriva solo il cervello e le idee che conteneva, mentre le altre  attività quotidiane erano solo un fastidio da allontanare con sdegno dalla loro persona.

 In queste occasioni il popolo era coinvolto, ad arte, in qualcosa che la vita quotidiana non poteva mai offrire. Sentirsi parte di un progetto in cui si parlava di onore, di amor di patria, di difesa dall’invasore, faceva sentire i giovani quasi alla pari di quelli che tutti i giorni li sfruttavano e li tenevano nella miseria e nell’analfabetismo.

Era per loro, i governanti, i capi, i padroni, che andavano a morire cantando, andavano incontro al destino senza nemmeno la speranza di poter cambiare qualcosa. Poco importava al contadino chi era il padrone, o il re che disponeva delle loro vite. Miserevoli erano le condizioni di vita prima della famosa unità d’Italia e miserevoli erano rimaste, più di cinquant’anni dopo.

Avevano combattuto contro il re Borbone e avevano avuto in cambio un re piemontese, che non aveva cambiato il loro stato, anzi se possibile, la loro vita era peggiorata. Ora venivano chiamati alle armi contro un nemico esterno, un presunto invasore, in nome dell’onor di patria, ed era tutto quello che dovevano sapere.

Da sempre, da quando sono nati i re e le monarchie, chi è stato al potere ha fatto in modo che il popolo restasse all’oscuro delle decisioni prese in alto loco. Per poterlo manovrare, il popolo non deve capire, deve essere guidato come un gregge, una mandria, il potere di chi comanda è proporzionato alla non conoscenza di chi obbedisce.

… Se non partissi anch’io sarebbe una viltà”: il potere delle parole si esprime anche attraverso una semplice canzone, quale giovane se la sentirebbe di non obbedire al richiamo dell’onore e dell’orgoglio di essere cittadino italiano?

“… Una viltà” era quella di mandarli a morire con la testa piena di parole troppo grandi per loro.

Partivano felici si essere utili alla Patria, affidati a vecchi impomatati generali che di tattiche belliche sapevano quello che avevano letto sui libri, e per alcuni quello che avevano appreso in accademia in gioventù. Chi comandava era reduce da un periodo storico di benessere, di movimenti culturali e mutamenti epocali che erano raggruppati in una parola, “Belle Epoque”. Che esperienza militare e bellica potevano avere quei signori, quegli uomini d’onore ai quali erano affidati i giovani soldati?

E non si poteva certo mettere in discussione la rispettabilità, l’onore e la capacità di chi era al comando degli eserciti.

Sono andati al macello milioni di giovani vite.  Le poche volte che il soldato si rendeva conto della scarsa affidabilità dei suoi capi e osava chiedere spiegazioni, veniva fucilato sul posto. La motivazione era che bisognava dare l’esempio agli altri, o forse era meglio dire per non far capire agli altri la verità sulle strategie obsolete e inefficaci messe in atto.

L’onore è un privilegio di gran rilievo e guai a metterlo in discussione: chi osava replicare rischiava un duello, se era di pari grado, altrimenti c’era la fucilazione.

Partivano i giovani figli, cantavano, chi per incoscienza, chi per nascondere il panico, l’ansia, la paura della morte che si portavano dietro nelle scarpe di cartone e nelle gamelle di alluminio.

Per il benessere di pochi, la morte di molti, la guerra in sé non conclude molto, serve solo alle Nazioni per giustificare le brame di governanti spocchiosi che mirano ad allargare il loro potere su nuovi territori. Una tremenda equazione che si coniuga con i termini di: più terre conquistate, più gente assoggettata, più tasse da far pagare, più benessere personale, più prestigio.

Il misero che va alla guerra parte e, se riesce a tornare, si ritrova più misero di prima: i campi abbandonati, le città distrutte e l’illusione di aver contribuito al benessere della nazione.

Non ci sono né vincitori né vinti alla fine delle guerre, tutti perdono qualcosa.

Ai generali e ai governanti, questo non importa, basta che l’onore sia salvo.    

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