Quella notte Ettore aveva avuto freddo e al mattino si era svegliato tutto raggomitolato nelle lenzuola. Segno inequivocabile che era arrivato il momento di abbandonare il misero copriletto estivo e passare a qualcosa che non fosse solo decorativo, ma anche caldo.

Approfittando del pallido sole autunnale, quel tipo di sole che promette tanto e mantiene poco, decise di stendere la trapunta leggera a prendere aria, dopo mesi passati sigillata nel sacchetto sottovuoto risparmia-spazio.
In questo modo avrebbe evitato di far invadere la camera da quell’aroma inconfondibile di canfora che punge le narici e fa starnutire.

Già che c’era si disse che il cambio del letto poteva farlo lui, per evitare un’altra notte da pinguino e per non aggiungere l’ennesimo pensiero alla povera Alberta, che già correva tutto il giorno. 

Anche in quel momento era fuori: era andata a prendere quei teppistelli dei pronipoti, i figli del figlio di sua sorella, una genealogia talmente contorta che a volte sarebbe servito un diagramma di flusso. Da quando Virginia era venuta a mancare, Alberta si era calata nel ruolo di prozia-nonna con una dedizione quasi militare.

Mentre Ettore liberava la trapunta dal suo involucro, si accorse che l’orlo era logorato e sfilacciato.
— Hai i tuoi anni anche tu eh? — Le disse come se la coperta potesse offendersi.

In effetti aveva attraversato più cambi di stagione di quanti lui riuscisse ormai a ricordare. Era una delle coperte del corredo di Alberta: praticamente una veterana.

Ettore decise che era il momento di rispolverare le abilità acquisite ai tempi della naja, abilità finora rimaste inutilizzate e forse anche un po’ mitizzate, e di rattoppare il bordo di vellutino.
In quella casa c’erano già due pensionati, non si poteva mica mandare in pensione anche la trapunta!

Indossò gli occhiali più spessi che aveva e pescò dal set di cucito di Alberta “il filo buono”, quello che lei custodiva come un bene di lusso. L’ago era probabilmente troppo grosso, ma con quei suoi ditoni non avrebbe avuto speranza di usarne uno più sottile.
Il filo era nero e la coperta azzurra.
Pazienza, avrebbe dato un tocco “vissuto”, come si dice per le cose storte ma fatte col cuore.

Ora… come si faceva? Si partiva da destra, si andava verso sinistra, poi si puntava l’ago e si tornava indietro. Tutto era semplice, a patto di ricordarsi di fare i punti della stessa lunghezza.
Con gli occhi strizzati e la lingua tra i denti, posizione standard per lavori di precisione, riuscì a completare l’impresa.

— Oh, là! —

E preso da un improvviso slancio artistico, ci ricamò sopra anche una bella E maiuscola.
Storta sì, ma orgogliosamente storta.

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