Poi avevo sentito uno stridio di freni.

Un rumore secco, violento.

Un urto.

Mi ero voltata.

La bicicletta era a terra, piegata sotto il muso di una macchina. La ruota continuava a girare, lenta. Lui era lì, immobile sull’asfalto. La sciarpa di cotone intrisa di sangue.

Rimasi immobile.

Avevo capito.

Era tutto finito.

L’avevo visto da lontano scendere dalla bicicletta e legarla a un palo di divieto di sosta. Non era molto alto. Aveva una sciarpa di cotone e una giacca di velluto verde a costine. La bici era vecchia, con i freni a bacchetta.

Quando aveva alzato la testa e aveva messo le chiavi in tasca, ero ormai vicinissima. Una folata d’aria tiepida lo aveva nascosto per un istante e poi lo aveva restituito più vicino di prima.

Ero entrata nel ristorante subito dopo di lui. L’aria era piena di odori: carne brasata, torta di mele, caffè, sugo di pomodoro. Tutto si era mescolato.

Accanto alla cassa c’erano due piccoli barboncini: uno bianco e uno rosso. 

«Va bene quello?» Aveva chiesto la cameriera, indicando un tavolo da due.

Stavo per parlare, ma lui si era voltato di scatto.

«Noi, veramente…»

«Non siamo in due», avevamo detto insieme.

Non c’erano altri posti. Avevo esitato solo un attimo, poi avevo accettato. Non avevo voglia di aspettare.

Ci eravamo seduti. Avevamo mangiato in silenzio. Avevamo ordinato lo stesso piatto. Ogni tanto avevo alzato lo sguardo verso il barboncino rosso: mi fissava come se sapesse qualcosa.

Lo so che è una cosa impossibile e surreale e capita solo negli anime giapponese come Lamù e simili ma è come se fossi sicura che quel cane sapesse la mia storia. Come sapesse che avevo finito l’università senza sapere cosa fare. Sapesse del colloquio saltato quella mattina, della bugia pronta per mia madre. E anche della donna incontrata in India, che mi aveva fatto le carte e detto che in un giorno di primavera avrei incontrato un ragazzo.

Ma a quella previsione non ci avevo creduto per nulla.

Eppure ora lui era lì, davanti a me.

Avrei voluto dire qualcosa. Qualsiasi cosa. Ma le parole non arrivarono.

Avevamo finito di mangiare. Mi alzai per prima. I nostri occhi si erano incontrati per un attimo, poi lui li aveva abbassati. Avevo aspettato una parola che non era arrivata.

Avevo pagato ed ero uscita.

Avevo camminato senza voltarmi.

 

Sentii uno stridio di freni.

Troppo vicino, per pensare solo di salvarmi.

Feci appena in tempo ad alzare lo sguardo.

La macchina arrivò da destra. Non ebbi il tempo di frenare davvero. La ruota era scivolata, il manubrio si era girato di colpo.

Poi c’era stato l’urto.

Il mondo si era spento in un attimo, come se qualcuno avesse calcato un interruttore.

 

Ero sceso dalla bicicletta e l’avevo legata a un palo. Era vecchia, ma andava bene così. Avevo sistemato le chiavi in tasca e avevo alzato la testa.

Solo allora mi ero accorto di lei. Era lì, vicinissima. Una folata di vento l’aveva coperta per un attimo, poi l’aveva resa ancora più presente.

Ero entrato nel ristorante cercando di non pensarci. Ma avevo sentito che lei mi stava seguendo.

Dentro c’era stato odore di cibo caldo e di casa. Vicino alla cassa c’erano due piccoli barboncini: uno bianco e uno rosso. Il bianco mi aveva guardato fisso.

«Va bene quello?» Aveva chiesto la cameriera, indicando un tavolo.

Mi ero voltato di scatto. Non mi ero accorto che lei fosse dietro di me.
«Noi, veramente…»

«Non siamo in due», avevamo detto insieme.

Avevo guardato i tavoli: erano tutti occupati. Non avevo voluto aspettare. Avevo sospirato e avevo accettato.

Ci eravamo seduti.

Avevamo mangiato in silenzio. Era stato strano: era tutto sincronizzato. Gli stessi movimenti, lo stesso ritmo.

Ogni tanto avevo alzato gli occhi verso il barboncino bianco. Sembrava conoscermi.

Pensai alla morte di mia madre, al trasferimento, alla casa fredda e al lavoro nel negozio di orologi. E anche quella sera dell’anno prima, quando un’amica mi aveva detto che avrei incontrato una ragazza per caso, in primavera.

Non ci avevo creduto.

E invece adesso lei era stata lì.

Avrei voluto dirle qualcosa. Ma non sapevo cosa.

Avevamo finito di mangiare. Lei si era alzata. I nostri occhi si erano incontrati, ma li avevo abbassati subito. Non ero riuscito a sorridere.

Avevo pagato ed ero uscito.

Ero salito sulla bicicletta e avevo iniziato a pedalare. Avevo guardato a terra: una crepa nell’asfalto.

Avevo pensato che avrei dovuto voltarmi.
E subito dopo: perché?

Ero arrivato al semaforo rosso.

Mi ero voltato.

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