Nell’aia c’era un freddo pulito. Il cielo era come una pentola in smalto nero rovesciata a coprire la terra. Sul fondo, brillanti, le stelle.

Umberto era in piedi, immobile, il fiato che si condensava e lui che lo osservava come se non lo avesse mai visto. Vapore. Ci si può abituare. Forse. In quell’istante udì il rumore.

In altre circostanze lo avrebbe preso per un verso d’animale, senza stare a chiedersi se era un cane, un gatto,un asino o altro... ma non lì. Non in quel silenzio sospeso in cui il ghiaccio di una pozzanghera, spezzandosi, risuonava come un iceberg che s’infrange.

Il suono veniva da una delle stalle sul lato sud della cascina. Erano state trasformate in ricoveri per auto, quasi sempre vuoti dato che le abitazioni erano abbandonate per la maggior parte del tempo, tranne quelle cui Giorgio aveva restituito la primitiva funzione.

Umberto attraversò l’aia a grandi passi, il cappotto nero e svolazzante che lo rendeva simile a un uccello del malaugurio. Avrei dovuto dirglielo pensava me l’ero preparato, il discorsetto. “Non credere di prenderli in giro. Sanno tutti come funziona. Fanno i turni di guardia e, non appena vedono un estraneo o qualcosa che somiglia anche lontanamente a una divisa, se la squagliano per tornare non appena le acque si sono calmate. Ma prima o poi ti beccheranno e io non potrò...”. Solo che come si fa. Con gli estranei è più facile.

E infatti eccola lì. Una massa infagottata sotto cui si stentava a riconoscere una donna. Con prole, come gli confermò, ripetendosi, il rumore di poco prima e che era inequivocabilmente il vagito di un bambino.

Senz’altro aveva creduto che Umberto se ne fosse andato, ma, tornando nell’aia, aveva visto l’auto parcheggiata. Molto probabilmente in quello stesso istante Umberto era uscito e allora era andata a nascondersi nel primo riparo disponibile.

Un asino sbuffò e raspò a terra con gli zoccoli.

«Adesso torno dentro e gli dico che rischia grosso» disse a mezza voce. «Non posso fare miracoli. Se è convinto delle sue scelte deve prepararsi a subirne le conseguenze».

La donna non diceva niente. Non si sarebbe detta neanche viva se non fosse stato per il luccichio degli occhi. Umberto l’aveva visto tante volte. Nelle vittime, negli aguzzini, nelle aule di Tribunale, nelle carceri. Sempre la stessa faccia. Paura.

«Oh, al diavolo!» imprecò e, allo stesso tempo, si rese conto che, anche se Giorgio fosse finito nei guai, lui avrebbe provato a difenderlo perché...

Cose senza cui, semplicemente, non sei.

Forse, quel giorno, saranno i nostri giudici. O i nostri testimoni.

L’asino si era messo tra lui e la donna e lo guardava con occhio attento.

Si sarebbe detto quasi umano.

Si sarebbe detto che gli mancava solo la parola.

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