Il “Bosco delle Tre Croci” era stato, un tempo molto lontano, un luogo di frequentazione e di incontri. Un luogo ameno dove la gente del posto andava volentieri. In quel tempo non si chiamava così, era semplicemente “il bosco”. 

Al suo interno vi si andava in cerca di funghi. I ragazzi tra gli intricati grovigli di rovi cercavano le more, se ne trovavano di giganti proprio per la difficoltà di prenderle. Molti fidanzati andavano tra la vegetazione più fitta per i loro incontri amorosi. Con l’autorizzazione del Comune i taglialegna abbattevano gli alberi più vecchi, quelli malati, così si dava aria al bosco e si rigenerava mettendo piante nuove. 

La famiglia di Rosa aveva sempre vissuto nella casa attuale. Era l’ultima costruzione del paese, quella più vicino alla foresta, l’ultima oasi di civiltà prima di addentrarsi nel fitto della vegetazione.

Il paese era arroccato molto più in là, in alto, con i suoi dedali di viuzze e le case addossate una all’altra. Ogni casa era dotata di camino e cucina a fuoco vivo. Approvvigionarsi di legna non era un problema, la procurava il bosco, ce n’era a sufficienza per soddisfare le esigenze di tutti. Fu nel periodo della Prima Guerra Mondiale che, oltre alla sciagura collettiva, avvenne qualcosa che sconvolse la tranquillità e la vita di molte persone. Le abitudini mutarono. Nessuno dopo il fattaccio ebbe il coraggio di ritornare in quei luoghi teatro di un episodio di violenza efferata.

In un giorno d’estate, una domenica di agosto particolarmente calda, molte famiglie erano presenti all’interno del bosco. In tanti avevano scelto di rifugiarsi nel fresco degli alberi per sfuggire alla calura estiva, ma anche per tenersi fuori portata dalle strade percorse da colonne di militari che andavano e venivano dalla zona del fronte. 

I giovani partivano cantando a bordo di camion verso la frontiera, dove si combatteva una guerra di trincea. Nessuna delle parti riusciva a prevalere, si sparavano addosso giorno e notte, salvo qualche sortita ognuno manteneva la propria posizione. Un massacro di mezzi e di uomini, di quelli che erano partiti cantando molti non tornavano più. I pochi altri che rientravano non avevano più voglia di cantare.

La gente del posto li vedeva scendere dalle montagne in fila indiana ai lati delle strade, stanchi, deperiti, senza scarpe, con le divise lacere e il fucile trascinato a terra. 

Quando si incrociavano con quelli che salivano, un silenzio di tomba scendeva improvviso. Gli ardimentosi e spavaldi giovanotti, nel vedere i compagni in quelle condizioni, perdevano di colpo ogni velleità canora. Gli sguardi diventavano cupi e molti chinavano il capo davanti ai compagni. Era uno spettacolo a cui il popolo assisteva quasi tutti i giorni. 

Quella famosa domenica di agosto, la popolazione aveva deciso in tacito accordo di risparmiarsi quel pietoso andirivieni almeno per un giorno. Dalla parte del fronte posto non si udivano colpi di artiglieria, sembravano sospesi, frutto forse di una tregua momentanea. Fu un passaparola silenzioso: le persone si riversarono in massa nel bosco per restare lontano dagli orrori della guerra. La coltre degli alberi, fitta e ombrosa, faceva da scudo al mondo esterno, sembrava di vivere in un altro mondo. L’atmosfera era silente e profumata di essenze. L'odore della resina dei pini, di alcune magnolie, degli allori e delle erbe spontanee come rosmarino e timo, riempiva l’aria di bellezza e pace. Non si udivano rumori, solo qualche leggero scalpiccio sui rami secchi. Dove le piante erano state abbattute, le famiglie consumavano il pranzo festivo con forme di pane, salumi e formaggi che i contadini avevano sempre di riserva per la loro sopravvivenza. Nonni, genitori, figli e nipoti, ognuno godeva del fresco abbraccio della natura in una pausa da sofferenza e dolore. Non c’era famiglia che non avesse subito la perdita di qualcuno in quel conflitto assurdo, dove le parti schierate non sapevano nemmeno il perché dovessero spararsi addosso. Forse si doveva respingere il nemico invasore per l’onore della patria, per gli interessi della nazione o solo per cieca ottusità di governanti che non avevano idea di quello che facevano.

I generali, i comandanti, le guarnigioni che erano al fronte, provenivano in maggior parte da scuole militari dove insegnano l’arte della guerra su libri e plastici. Studiavano strategie di attacco e difesa, ma non consideravano le vite umane impegnate in questi giochi di conquista. Impettiti e tronfi nelle loro divise scintillanti di medaglie, decidevano senza problema dove far morire i loro uomini. L’onore era la loro bandiera, nel suo nome giocavano a scacchi con le vite dei soldati. Troppi padri e madri avevano dovuto seppellire i propri figli e troppi figli avevano perso i genitori. Gli stessi comandanti avevano fatto uccidere uomini sotto il loro comando solo perché qualcuno si era permesso di obiettare sul loro operato, sulle scelte strategiche o semplicemente perché erano stanchi e impauriti. 

Quella terribile domenica, poco dopo le tredici, in cui la maggior parte della popolazione era sparsa fra gli alberi della foresta, consumando il pasto nel silenzio ovattato delle felci, si udirono voci concitate e un paio di spari echeggiarono in un’eco lacerante.

Le donne cominciarono a preoccuparsi per i loro figlioli più piccoli, molte convinsero i mariti ad anticipare il rientro a casa. Da ogni punto del bosco, percorrendo piccoli sentieri, le persone convergevano verso il centro per poi imboccare il sentiero grande che le avrebbe condotte all’aperto. Il gruppo si andava infittendo, quando improvvisamente sbucarono da una macchia due giovani che indossavano le divise, videro la gente che si radunava e cercarono di mescolarsi a loro.

«Aiutateci per favore, ci stanno inseguendo. Vogliono ammazzarci, per favore nascondeteci.»

Sui loro visi la paura, gli occhi spalancati e supplicanti, i volti cerei nonostante la corsa fatta. Ansimavano e si aggrappavano alle braccia di alcuni uomini implorando aiuto. 

Uno di quei contadini, uno anziano, li bloccò.

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