Agile e scattante come Usain Bolt. Felice non era mai riuscito neanche ad avvicinarlo, perché appena lo vedeva spariva in qualche anfratto spazio-temporale.

E poi si parlava di dieci centimetri di pura forasticità. Diffidente a livelli top.

Felice guardò Steliana, poi di nuovo la foto.

Dentro di sé pensò che era davvero una brava bambina. Che lui avrebbe voluto tanto esaudire il suo desiderio.

Ma il problema restava uno, semplice e gigantesco: come cacchio avrebbe fatto a prenderlo?

Nei giorni successivi, però, accadde quello che spesso accade quando una bambina decide una cosa con tutto il cuore: il mondo, anche se brontola, alla fine si sposta un pochino per farle posto.

Felice si mise d’impegno.

Provò con il cibo.
Provò con la pazienza.
Provò con la tecnica del “faccio finta di niente e magari ti avvicini tu”.
Provò perfino con quella calma apparente che gli esseri umani assumono quando parlano ai gatti come se i gatti fossero disposti ad ascoltare ragioni.

Il gattino, naturalmente, non ascoltava ragioni.

Appena Felice compariva, quello spariva.

Non correva. Si dissolveva.

Un attimo prima era lì, piccolo, bellissimo, selvatico, con l’aria di chi aveva già capito tutto della vita. Un attimo dopo non c’era più.

Felice cominciò a sospettare che non fosse un gatto, ma un agente segreto mandato in missione speciale nella colonia. Eppure non mollò.

Perché ormai non si trattava più soltanto di prendere un gattino.

Si trattava di mantenere una promessa fatta a una bambina che aveva visto in lui qualcosa che lui, di sé stesso, non avrebbe mai visto.

Alla fine, contro ogni previsione e probabilmente contro qualche legge conosciuta della fisica felina, il gattino venne preso.

Nessuno seppe mai con precisione come fosse stato possibile.

Forse fu merito del cibo.
Forse della pazienza.
Forse di un momento di distrazione del piccolo Usain Bolt con i baffi.
O forse, più semplicemente, anche lui aveva capito che da qualche parte c’era una bambina che lo aspettava.

Quando Felice riuscì finalmente a consegnarlo a Steliana, il viso della bambina si illuminò in un modo che ripagò ogni graffio, ogni appostamento, ogni tentativo fallito e ogni improperio trattenuto a fatica.

Il gattino, che fino al giorno prima sembrava pronto a fondare un movimento di resistenza armata contro il genere umano, finì tra le braccia di quella bambina come se, in fondo, fosse sempre stato quello il suo posto.

Sono passati molti anni da quel giorno.

Steliana non è più la bambina dagli occhi verdi che indicava Felice per strada gridando:

— Papà, papà, è lui!

È diventata una bella ed emancipata adolescente. Ogni tanto Felice la vede ancora girare per il quartiere. Lei lo saluta sempre, con quel sorriso gentile che sembra arrivare direttamente da quella sera lontana.

E Felice, come fanno tutte le persone che amano davvero gli animali, non le chiede mai per prima cosa della scuola, degli amici o dei progetti per il futuro.

Le chiede sempre:

— E il gatto?

Steliana sorride e risponde che sta benissimo.

Che è diventato ciccione.
Che è coccolone.
Che mangia come un disperato.
Che passa buona parte della giornata sdraiato da qualche parte, possibilmente vicino a una ciotola piena.

Lo hanno chiamato Thor. Un nome importante, solenne, eroico. Il nome del dio del tuono.

Anche se, a voler essere sinceri, forse non è proprio il nome più adatto.

Perché più che il dio del tuono, Thor sembra ormai il dio del divano, delle crocchette e dei pisolini pomeridiani.

Ma Felice è abbastanza sicuro che a lui non faccia tutta questa differenza.

I gatti, in fondo, non si interessano molto ai nomi altisonanti, alle mitologie nordiche o alle aspettative degli esseri umani.

A loro basta avere una casa sicura, una famiglia che li ami, una ciotola dignitosa e qualcuno disposto, ogni tanto, ad aspettarli mentre fanno la pipì o attraversano la strada.

E forse è proprio questa la parte più bella di tutta la storia.

Una bambina cercava il Signore dei Gatti.

Un uomo, senza saperlo, lo diventò per davvero.

E un piccolo gatto selvatico, imprendibile e scorbutico, trovò casa.

Che poi, in un mondo spesso storto, è già una specie di miracolo.

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