Mi hanno chiesto di dire due parole su Paul, ora che se n'è andato, e confesso che il compito mi mette a disagio più di quanto mi abbia mai messo a disagio la sua presenza in vita. Perché ricordare un uomo significa, per forza di cose, trattarlo come una totalità compiuta, ma ciò che ci rimane di chi scompare non sono altro purtroppo che ricordi frammentari e brandelli di esistenza. E Paul, di tutti gli uomini che ho conosciuto, era quello che più avrebbe diffidato di una simile operazione totalizzante perché era proprio sul campo di studio che aveva scelto che quella compiutezza bella tornita non si dava mai...

Era nella sua professione e nella sua vita, in effetti non vi era soluzione di continuità tra le i due mondi, come un monaco laico consegnato per intero alla purezza della matematica. La sua parsimonia verbale, che tutti a Cambridge citavano come un aneddoto grazioso — il thè chiesto con un'unica sillaba, il "sì" secco alle domande dei giornalisti — nascondeva anche qualcosa di meno simpatico: una difficoltà vera, spesso dolorosa per chi gli stava vicino, a concedere agli altri ciò che concedeva solo attraverso la bellezza, diceva lui, algida delle equazioni.

Si raccontava, che una volta un collega gli chiese se avesse mai avuto rapporti con una donna e se non invece le tenesse a distanza per timidezza. E lui rispose che sì le teneva a distanza e la distanza più piccola a cui si era avvicinato ad una rappresentante del gentil sesso era stata esattamente di cinquanta centimetri, in quanto li aveva misurati.

Poi si sposò con una collega ed ebbe due figli.

Chi lo amava ha dovuto imparare a leggere nel suo silenzio, e non sempre ci è riuscito. Sua moglie lo sapeva meglio di chiunque.

Eppure sarebbe altrettanto disonesto ridurlo a una patologia, a un caso clinico di incomunicabilità, come qualcuno ha fatto dopo la sua morte con quella sufficienza retrospettiva che i vivi si concedono verso i morti che non possono replicare.

Ho visto quel silenzio farsi negli anni qualcosa di diverso: un modo di ascoltare che pretendeva dall'interlocutore che lo si capisse senza l’uso della parola. E semmai le usava le usava con una parsimonia tale da avere la stringatezza e sintesi di un calcolo matematico rigoroso.

Del padre ginevrino, della tirannia del francese imposto in casa, Paul parlava raramente e mai senza quell'ombra che gli attraversava il viso un istante prima che tornasse dietro il muro del silenzio. Non credo che l'infanzia spieghi tutto di un uomo — sarebbe una scorciatoia indegna della sua stessa disciplina intellettuale — ma sarebbe ugualmente sbagliato fingere che quella ferita non ci fosse, o che non abbia lasciato un segno nel modo in cui trattava le parole come munizioni da economizzare. Del fratello Reginald, suicidatosi quando aveva trenta anni, non lo sentii parlare che una volta, e quando gli chiesi qualcosa di quel fratello mi diede una risposta che mi lasciò sbigottito, ma che era in linea con il suo carattere:

“Solo le equazioni non muoiono", disse.

Era, insomma, un uomo del suo secolo prima ancora che un genio fuori dal tempo: nato nell'anno in cui un pallone attraversava per la prima volta il mare d'Irlanda, formato da un'educazione ottocentesca all'ingegneria che avrebbe volentieri abbandonato, spinto verso la fisica da una vocazione precoce. Il secolo che lo ha prodotto è lo stesso che ha prodotto le sue contraddizioni: la fede quasi religiosa nella bellezza matematica e l'incapacità, o il rifiuto, di usare del buon senso nella vita di tutti i giorni.

Era una persona serena ma di una serenità che trovava solo nelle impervie astrattezze della matematica. Era un uomo la cui inquietudine, si indovinava dal tempo che impiegava a rispondere. Era difficile, per non dire impossibile, conoscerlo fino in fondo; e forse il suo fascino, come quello di ogni persona davvero singolare, stava proprio in questo: nel resistere a ogni sintesi comoda, nel costringere chi lo ricorda a rinunciare all'agiografia e a raccontarlo come un essere umano incompleto, difettoso, e per questo vero.

Delle patate coltivate nell'orto negli ultimi anni, della cura quasi liturgica con cui ne osservava la crescita, si potrebbe fare un'immagine consolatoria: il grande fisico che ritrova nella terra la stessa armonia che aveva cercato nelle evoluzioni dell'elettrone. Preferisco lasciare quest’immagine di lui e il suo orto, senza commento.

Paul avrebbe diffidato anche di questo.

F.W.A.

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