Capitolo 4 – L'inganno

 

Il sole stava calando, e il bosco si riempiva di ombre lunghe e sospiri di vento. Teresa e Giuseppina camminavano in silenzio, attente a ogni rumore, le armi pronte ma nascoste sotto i mantelli. La perlustrazione di quella zona era diventata una consuetudine, ma mai una passeggiata: ogni fruscìo poteva nascondere un pericolo.

Fu allora che Teresa notò qualcosa. Poco più avanti, sul sentiero, una figura familiare si muoveva con passo veloce. Era Giulio. Ogni tanto si voltava, come per controllare di non essere seguito. Il suo atteggiamento mise subito in allerta entrambe. Uno sguardo bastò: decisero di seguirlo, restando a debita distanza.

Lo videro arrivare a una radura, dove ad attenderlo c’era un uomo in divisa. Un ufficiale austroungarico.

I due parlarono sottovoce. Non un incontro fugace, ma nemmeno eccessivamente cauto: uno scambio rapido, eppure non frettoloso. Confidenziale. Complice.

Dopo qualche minuto l’ufficiale si allontanò, e anche Giulio si incamminò lungo un altro sentiero, svanendo tra gli alberi.

Giuseppina fece un passo avanti, scostando i rami di un cespuglio.
«Quel ragazzo ci deve delle spiegazioni, non credi?» disse, con il tono di chi non intende aspettare.

Ma Teresa la trattenne per un braccio.
«Non ora. Non qui. Dobbiamo dirlo a Caterina. Sarà lei a decidere cosa fare».

Caterina stava aiutando altre donne nei campi, le mani sporche di terra, il volto sereno. Era una giornata limpida, e per un attimo si era concessa il lusso di dimenticare la guerra.
In quel periodo, tutto le sembrava più leggero. Il pensiero di Giulio la accompagnava ovunque, come una musica sommessa. Era come se il mondo, nonostante tutto, avesse preso a girare nel verso giusto.

Il suo amore per lui si era fatto spazio nel cuore con la naturalezza di una radice che affonda nella terra: solido, inevitabile. E, senza nemmeno rendersene conto, Caterina aveva cominciato a immaginare un futuro.
Una casa semplice, magari vicino al bosco. Un orto, una stanza piena di luce. Il calore delle mani intrecciate ogni sera. La guerra sarebbe finita, e loro sarebbero rimasti.
Tutto sembrava concorrere a quella felicità: i piccoli gesti quotidiani, i silenzi condivisi, perfino le fatiche del presente.
Per la prima volta dopo tanto tempo, la sua mente non correva al nemico o al dovere. Correva a lui. A loro due.

Ma quel momento fragile si spezzò all’improvviso.

Quando vide Teresa e Giuseppina rientrare dalla perlustrazione, qualcosa la colpì subito.
Non stavano andando verso casa, come facevano di solito. Puntavano dritte verso di lei, con passo deciso. Non parlavano. Solo occhi tesi, mascelle serrate.

Un presentimento le morse lo stomaco. Si asciugò le mani sul grembiule e fece qualche passo incontro a loro.
«Cos'è successo?» chiese, ancora prima che aprissero bocca.

Teresa la guardò negli occhi.
«Dobbiamo parlarti. Subito».

Le raccontarono tutto. E mentre le parole di Teresa e Giuseppina prendevano forma nell’aria, Caterina sentiva la propria mente chiudersi come una porta sbattuta dal vento. Non voleva ascoltare. Ogni sillaba era un colpo che si abbatteva sui suoi sogni, sulle speranze che aveva inconsciamente costruito giorno dopo giorno. Vedeva crollare la casa che aveva immaginato, la vita semplice che aveva desiderato con Giulio.
Quell’immagine felice, così viva fino a un istante prima, ora si frantumava sotto il peso dell’amara verità.

Restò in silenzio, lo sguardo perso nel vuoto. Il cuore le batteva forte, ma dentro si sentiva gelare.

Teresa la osservava con apprensione. Poi, con voce ferma, le chiese:
«Vuoi che a lui ci pensiamo noi?»

Caterina alzò lo sguardo lentamente. C’era un velo opaco nei suoi occhi, qualcosa di freddo, di deciso.
«No. Lo affronterò io. Gli chiederò spiegazioni... anche se probabilmente sarà inutile. Ma lo devo fare».

Giuseppina si fece avanti, con la voce bassa ma decisa.
«D'accordo. Ma se ci fosse la necessità di arrivare alla soluzione estrema... non farti scrupoli a dircelo. Non possiamo permettere che qualcuno là fuori conosca il nostro covo».

Caterina inspirò a fondo. Poi annuì.
«Se sarà necessario... lo farò io».

Non perse tempo. Non era da lei perderlo. Si recò subito da lui.

Lo trovò sdraiato sul letto, lo sguardo perso oltre la finestra, intento a contemplare il cielo autunnale, grigio e immobile. Appena la vide entrare, sorrise e si alzò per abbracciarla.

Ma lei lo fermò con un gesto deciso.
«Rimani seduto. Dobbiamo parlare».

Il sorriso di Giulio si spense.
«Che c’è, Caterina? È successo qualcosa?»

Lei non perse tempo in giri di parole. Restò in piedi, dritta come una lama. Con voce ferma, senza alcuna inflessione, gli raccontò ciò che le avevano riferito Teresa e Giuseppina. Ogni parola era scandita come una sentenza. Al termine, lo fissò negli occhi.
«Mi hai tradita. Hai tradito la mia fiducia, il mio amore... Mi hai fatto vergognare di me stessa davanti alle altre, per la mia ingenuità. Che tu sia maledetto».

Il silenzio che seguì sembrava colmare ogni angolo della stanza: denso, immobile, come l’aria prima del temporale.
 

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