Il sole di luglio martellava implacabile i tetti di Pieve di Sotto, un grumo di case di mattoni rossi e intonaco sbiadito stretto tra la Lombardia e l’Emilia. In quel lembo di terra il Po, ormai stanco di correre, si trascinava pigro tra i pioppeti, evaporando in un’afa densa e immobile che pareva un castigo divino.

Era la solita “Estate della Bassa”, fatta di asfalto che si scioglie e cicale impazzite, ma quel giorno nessuno badava al termometro:

dal campanile i rintocchi della campana suonavano a morto, spandendo un suono cupo che galleggiava pesante nell’aria.

 

Era mancata, nel pieno della sua matura bellezza, Gioia Fringuelli, la farmacista del paese, nonché principale motivo di orgoglio, distrazione e felicità per la quasi totalità della popolazione maschile.

Gli anziani del borgo – che poi costituivano il novantanove per cento degli abitanti, tutti comunisti vecchio stampo, prete compreso – la ricordavano ognuno a modo proprio, ma con la stessa identica luce negli occhi. 

A cominciare dal maresciallo della locale stazione dei carabinieri, che l'aveva impressa nella memoria come una visione: procace, affascinante, con un fondoschiena monumentale, di quelli capaci di raddrizzare anche le giornate storte e con il quale chiunque avrebbe fatto volentieri due chiacchiere di cortesia.

 

Gioia possedeva uno sguardo magnetico che sembrava intuire all'istante i desideri più segreti e le voglie peccaminose di chiunque varcasse la soglia della farmacia. 

Ma soprattutto, era la custode di un celebre elisir rinvigorente di cui deteneva la ricetta segreta.

 

Gli uomini del paese ne compravano boccette intere, accampando scuse ridicole sul bisogno di migliorare il «tono muscolare» o la circolazione sanguigna, per poi darsi appuntamento il sabato sera: arzilli come ventenni e profumati di colonia a buon mercato, partivano in gruppo lungo la via Emilia su automobili scassate e fumanti, diretti verso i locali da ballo e i night dei paesi vicini, rigorosamente al riparo dagli sguardi severi delle legittime consorti.

Per tutti, insomma, Gioia era stata una donna di immensa professionalità e indiscussa bravura.

 

Proprio di fronte alla farmacia, quasi a fare da contrappeso laico e profano alla parrocchia, sorgeva l’osteria di Decimo. Decimo era un monumento all’obesità ostentata: molto più largo che alto, si muoveva dietro il bancone con la grazia pesante e rumorosa di un barile di Barbera. Il suo grembiule da lavoro, diventato negli anni un indiscusso souvenir locale, non veniva lavato da tempo immemorabile; lo indossava dalla mattina alla sera e i maligni dicevano che ci andasse pure a dormire.

Era una vera e propria mappa geografica di macchie indecifrabili, che gli avventori fissavano con un misto di ammirazione e sottile ripugnanza: vi si potevano riconoscere stratificazioni di Lambrusco, schizzi del ragù della domenica e altre amenità sulle quali era più saggio non indagare. Ogni tanto compariva timidamente un nuovo sghiribizzo d’unto a rimpolpare la già generosa collezione.

«La Gioia oggi avrebbe messo la camicetta azzurra, quella leggera che usava col grande caldo», sussurrò l'Oreste con un filo di voce: novant’anni suonati, un solo dente superstite in bocca e una prostata grossa come la testa di un bambino.

«E tu guarda la camicetta! Pensa alla tua salute, vecchio mio», grugnì Decimo, nascondendo una lacrima, tirando su col naso, mentre asciugava un bicchiere con un lembo del famigerato grembiule. «Tanto ormai lei non c'è più. L’inverno arriverà in un lampo e la nebbia ti congelerà anche il pipino, vedrai».

 

Con la scomparsa della farmacista, Pieve di Sotto era piombata improvvisamente in una tristezza silenziosa; senza quel viavai di clienti speranzosi, le strade si erano svuotate e l’atmosfera generale ricordava da vicino quella del camposanto comunale.

 

La svolta arrivò in un pomeriggio identico agli altri, mentre sul bancone dell’osteria le zanzare lottavano ferocemente con le mosche per schivare i colpi di strofinaccio di Decimo. 

Dalla corriera delle quattro, l'unico mezzo pubblico che collegava il paese alla civiltà, scese un solo passeggero.

 

Era un forestiero vestito con un impeccabile doppiopetto nero, che reggeva una valigetta di pelle scura: l'aria severa, magro come una siringa e con un modo di camminare che incuteva immediato rispetto e un pizzico di timore. L'uomo si diresse a passo sicuro verso la farmacia, del tutto incurante del calore che gli imperlava la fronte, seguito dagli sguardi di decine di occhi, nascosti dietro le fessure delle persiane accostate.

 

Si trattava dell'esimio Egidio Bonfanti, stimato avvocato civilista arrivato direttamente da Milano, che avanzava sotto quel sole sfacciato come un corvo capitato per sbaglio in un pollaio della Bassa.

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