Ho letto delle righe non scritte di lieve malinconia e tenerezza nel fugace sorriso, ricco di rossetto, di una giovane soldatessa israeliana ad un posto di controllo. Lei lo ha indirizzato a mia figlia, che le ha mostrato  i nostri passaporti.    Il silenzioso “potete andare” nel cenno della ragazza sembrava contenere una forma di buona cortesia e forse di compenetra- zione in una condizione migliore della sua, uno status vivendi diverso appartenente alla giovane europea nell’automobile con i genitori. 

   Chissà se la donna in divisa avrebbe preferito non indossarla, o almeno non per tutti gli anni di servizio militare. O avrebbe proprio voluto trovarsi al posto di una giovane straniera, in giro per viaggi o residente nel posto per un periodo temporaneo, con l’esistenza più libera, proveniente da un paese non di certo militarizzato e non in pesante conflitto con un altro popolo privato di diritti da parte di chi sostiene il ruolo dell’occupante oppressore. O forse lei, pur facendo parte dello Stato più forte, era addirittura una di quelle in conflitto con sé stessa, come almeno una parte dei suoi connazionali d’Israele, per la situazione grave in cui versavano le altre genti palestinesi, vittime d’impossibile convivenza…..

     Ma queste impressioni, credo, e non saprei aggiungere più niente, derivarono soltanto dalla mia personale visione di rapidi chiaroscuri nello sguardo di una ragazza dell’esercito, a palpebre per un istante semiaperte, specchio momentaneo dell’espressione di quella sconosciuta.   

 

Carlo Giarletta

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