Mi chiamo Marco, ho trentasei anni e un talento naturale per complicarmi la vita con una precisione quasi scientifica.
Lavoro in un ufficio open space dove le scrivanie sono disposte come un esperimento sociale: abbastanza vicine da sentire i sospiri, abbastanza lontane da fingere professionalità. E poi c’è lei. Piccola. Non in senso riduttivo, ma geometrico: occupa meno spazio di chiunque altro, eppure è l’unica che sembra riempire la stanza. Ha gli occhi truccati di nero, non in modo aggressivo — più come se avesse deciso di sottolineare i propri pensieri. E quell’espressione sognante, come se stesse sempre a metà tra una riunione e un altrove che non mi è dato conoscere.
Io la amo. O qualcosa che somiglia all’amore, ma con più ansia e meno reciprocità.
Le altre cinque colleghe mi aiutano a capire quanto sia diverso ciò che provo per lei.
Claudia è sempre impeccabile, organizzata, con le unghie perfette e le email che iniziano con “Gentilmente”. Ma lei non è come Claudia: non cerca di essere impeccabile, e forse per questo lo è di più, in modo involontario e irritante.

Francesca ride forte, troppo forte, come se ogni battuta fosse un investimento da far fruttare. Ma lei non è come Francesca: quando ride, lo fa piano, e sembra quasi un segreto condiviso con se stessa.
Elena parla senza pause, un flusso continuo di parole che ti trascina anche quando non vuoi. Ma lei non è come Elena: con lei le parole sono rare, selezionate, come se le pesasse una a una prima di lasciarle uscire.
Martina si veste per essere notata: colori accesi, tacchi che annunciano il suo arrivo con tre secondi di anticipo. Ma lei non è come Martina: sembra non preoccuparsi affatto di essere vista, e proprio per questo è impossibile non guardarla.
Sara è gentile con tutti, indistintamente, come un servizio pubblico. Ma lei non è come Sara: la sua gentilezza è selettiva, quasi sospetta, e io non rientro nel campione statistico. Perché lei mi snobba. Non apertamente, non con crudeltà. Più come si ignora un oggetto fuori posto: senza cattiveria, ma con una coerenza che fa male. Io parlo, lei ascolta altrove. Io faccio una battuta, lei sorride a metà, come se avesse capito solo il 30% e avesse deciso che bastava.
Si dice — ma in ufficio si dice sempre tutto con la stessa attendibilità dell’oroscopo — che sia fidanzata con Luca. Luca è l’archetipo dell’uomo che non sa di essere un archetipo. Arrogante, narcisista, convinto che il mondo sia una presentazione PowerPoint in cui lui è l’unica slide animata. Io lo odio con una purezza che raramente si concede nella vita adulta. E temo — questo sì, lo temo davvero — che lui la manipoli. Che prenda quella sua aria sognante e la pieghi a qualcosa di più utile, più prevedibile, più suo.
E quindi la guardo. La osservo mentre lavora, mentre si sistema una ciocca di capelli, mentre fissa lo schermo con quell’intensità che io riservo solo alle cose che non capisco.
Un giorno decido che basta. Non nel senso coraggioso del termine  non sono fatto così — ma nel senso logistico: cambio posto. Chiedo al capo di spostarmi. Invento una storia sulla luce, sulla schiena, sull’ergonomia. Funziona. Mi ritrovo dall’altra parte della stanza, lontano da lei, abbastanza da non sentire più il rumore leggero della sua tastiera.
I primi giorni sono strani. Mi manca qualcosa, come quando smetti di mangiare zucchero e il corpo protesta. Poi succede una cosa imprevista: comincio a lavorare meglio. Dormo di più. Penso meno a cosa dire e più a cosa fare.
E lei? Lei continua a essere piccola, essenziale, con gli occhi truccati di nero e l’espressione sognante. Ma ora è un’inquadratura lontana, non più un primo piano ossessivo.

Passano settimane. Poi mesi.
Un pomeriggio, mentre sto archiviando dei documenti — attività che di solito mi porta a riflettere sulla fugacità dell’esistenza — la sento.
«Marco?»

Mi giro. È lei. Dal vivo è identica a come la ricordavo, il che mi sembra quasi un errore di sistema.
«Sì?»
«Ti sei spostato.»

Osservazione impeccabile.
«Sì, per la schiena.»

Annuisce, come se la mia schiena fosse un argomento degno di considerazione. Poi aggiunge:
«Peccato.»

Peccato. Una parola sola, detta senza enfasi, ma con quella sua solita precisione selettiva. Rimango in silenzio abbastanza a lungo da sembrare intelligente.
«Perché?» chiedo infine, tradendo anni di allenamento alla discrezione.

Lei ci pensa. Sempre quella pausa, quel piccolo filtro tra il mondo e la sua risposta.
«Perché mi facevi ridere.»

E sorride. Piano. Quasi un segreto. Se ne va prima che io possa trasformare quella frase in qualcosa di più grande di quanto sia. Resto lì, con in mano un faldone e una nuova consapevolezza: forse non ero innamorato di lei. Forse ero innamorato della versione di me che esisteva quando lei era abbastanza vicina da ignorarmi.

Il giorno dopo non chiedo di tornare al mio vecchio posto. Ma, ogni tanto, faccio battute un po’ più forti del necessario. Non per farmi sentire da tutti.
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